La Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, firmata a Strasburgo nel 1987, stabilì che chi tiene un animale ne è responsabile e deve provvedere ai suoi bisogni. In Italia, nel 2013, la legge sulle professioni non organizzate in ordini ha dato una cornice anche ai servizi di cura degli animali. Il dog sitter, cioè la persona che si occupa del cane quando tu non ci sei, lavora dentro questo perimetro.
A settembre la ricerca cresce, perché si torna al lavoro e le giornate del cane si allungano. E tornano tre idee che vale la pena verificare. La prima dice che basta che sia una persona che ama i cani. La seconda dice che serve un attestato, altrimenti non è affidabile. La terza dice che il cane si abitua a chiunque in un pomeriggio. Sono cose che si sentono dire ai giardinetti. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.
Che cosa fa davvero un dog sitter
Non è una sola cosa. C'è chi porta fuori il cane a metà giornata per mezz'ora. C'è chi resta a casa tua per qualche ora. C'è chi tiene il cane a casa propria per giorni interi. Sono lavori diversi, con rischi diversi e prezzi diversi, e conviene sapere quale ti serve prima di cercare.
Cambia anche quanto il cane deve fidarsi. Mezz'ora di passeggiata chiede poco, una settimana di convivenza chiede molto, e le due cose non si scelgono con gli stessi criteri.
La differenza principale sta in una cosa: chi decide che cosa succede se qualcosa va storto. Un dog sitter che passa mezz'ora gestisce una passeggiata. Chi tiene il cane per una settimana gestisce anche i pasti, la notte, gli imprevisti e l'eventuale corsa dal veterinario.
Ecco come la scelta viene fatta male. Primo caso: si sceglie sulla simpatia, dopo una chiacchierata di dieci minuti. La simpatia non dice niente su come quella persona reagisce se il cane si spaventa e tira verso la strada.
Secondo caso: si affida il cane senza una prova. Il primo giorno di assenza vera diventa così anche il primo giorno con una persona sconosciuta, e sono due cose insieme.
Terzo caso: non si dicono le cose scomode. Che il cane tira, che ha paura dei motorini, che non va d'accordo con i cani maschi. Chi non lo sa lo scopre nel momento peggiore.
C'è poi la questione pratica che quasi nessuno affronta prima. Che cosa succede se il cane sta male e tu sei in riunione o su un aereo. Un dog sitter serio ha già una risposta pronta a questa domanda, e te la dà senza che tu debba insistere.
Le applicazioni che mettono in contatto le persone
Oggi esistono piattaforme sul telefono che mostrano i profili di chi offre questo servizio nella tua zona, con le recensioni, le foto e la disponibilità. Alcune mandano la posizione durante la passeggiata, altre una fotografia a fine giro.
Una cosa la fanno molto bene: rendono visibile quello che succede. La traccia della passeggiata e la foto sono una prova concreta, e per chi lascia il cane per la prima volta valgono più di qualunque rassicurazione.
Dove sbagliano è nelle recensioni. Un dog sitter con venti giudizi positivi ha fatto venti passeggiate andate bene, e questo non dice come si comporta nella situazione difficile. Quasi nessuno scrive una recensione su un imprevisto, perché gli imprevisti sono rari.
C'è poi un limite di fondo. La piattaforma cerca la disponibilità e la vicinanza, non la compatibilità con il tuo cane. Una persona a duecento metri da casa può essere quella sbagliata, e una a due chilometri quella giusta.
Usa l'applicazione per trovare i nomi e poi fai le tue verifiche di persona. Se il cane non ha mai passato del tempo senza di te, prima ancora del dog sitter conviene lavorare su il cane che abbaia quando resta solo.
Quello che si faceva in paese e quello che dice la ricerca
Nei paesi italiani il cane si affidava al vicino o al parente, e nessuno firmava niente. La tradizione ha una parte di ragione grossa: il vicino era una persona che il cane già conosceva, e la conoscenza vale più di qualunque titolo.
C'era anche l'abitudine di lasciare il cane con le sue cose, la sua ciotola e la sua coperta. Regge del tutto, e oggi è uno dei consigli principali. Un dog sitter che accetta di usare le cose del cane invece delle proprie parte avvantaggiato.
Una terza usanza era non dire niente al cane e sparire. Su questo la tradizione sbaglia: un passaggio graduale funziona meglio di una consegna improvvisa.
La ricerca ha misurato quanto pesa un cambiamento di ambiente. Nel 2014 Lisa Part e i suoi colleghi, in Irlanda, hanno pubblicato su Physiology and Behavior uno studio su cani portati in pensione. Nei primi giorni il livello di cortisolo, cioè l'ormone che sale nelle situazioni difficili, era più alto, e scendeva con il passare del tempo.
Il risultato dice due cose utili. La prima è che il cambiamento pesa davvero, anche quando il cane sembra tranquillo. La seconda è che passa, se si dà tempo. Per questo un dog sitter conosciuto in anticipo parte con un vantaggio che nessuna esperienza sulla carta può dare.
Che cosa chiedere a un dog sitter, un passo alla volta
Un dog sitter si sceglie in questo ordine, e non si salta nessun passaggio.
- Chiedi come gestisce un cane che tira o che si spaventa. La risposta ti dice più di qualunque attestato. Diffida di chi parla di dominanza o di strattoni.
- Chiedi quanti cani porta insieme e se ne mette di sconosciuti nello stesso giro. Un dog sitter serio te lo dice senza girarci intorno.
- Chiedi che cosa fa se il cane sta male e non riesce a raggiungerti. Deve avere già in mente un veterinario e un piano.
- Chiedi se ha un'assicurazione e fatti dire che cosa copre. È la domanda che quasi nessuno fa e che separa il servizio dal favore.
- Fai una prova a casa tua con te presente, di mezz'ora. Guarda come si avvicina al cane e se aspetta che sia lui a scegliere.
- Fai una seconda prova con te fuori, per un'ora, e fatti mandare una fotografia a metà.
- Scrivi su un foglio i pasti, le abitudini, le paure, il numero del veterinario e i tuoi contatti. Lascialo attaccato al frigorifero.
Due prove bastano quasi sempre a capire. Il segnale che le cose funzionano è il cane che al secondo incontro va verso la persona da solo, senza essere chiamato. Se invece resta fermo o si allontana, serve una terza prova o serve un'altra persona.
Lo stesso metodo vale per altre situazioni
Quello che si è detto qui funziona anche quando si sceglie una pensione per le vacanze. Le domande sono le stesse, e in più conviene visitarla di persona e guardare dove dormono i cani e quanto tempo passano fuori dai box.
Vale per i cani anziani, che sopportano meno i cambiamenti e per i quali una persona che viene a casa è quasi sempre meglio di un trasferimento. Il cane resta fra i suoi odori e non deve imparare una casa nuova mentre impara una faccia nuova.
E vale per chi lavora su turni, dove le ore di assenza cambiano ogni settimana e serve più di una persona di fiducia.
E vale per i cuccioli, che in quei mesi imparano molto in fretta. Un dog sitter scelto adesso diventa per loro una figura di riferimento per anni, e vale la pena sceglierlo pensando a questo.
Si è partiti dal 1987 e dalla Convenzione di Strasburgo, che stabilì la responsabilità di chi tiene un animale. Poi sono stati messi sul tavolo tre luoghi comuni. Il primo, che basti amare i cani, non regge: quello che conta è come si reagisce quando qualcosa va storto. Il secondo, che serva per forza un attestato, va ridimensionato: un titolo aiuta e non sostituisce le domande giuste. Il terzo, che il cane si abitui a chiunque in un pomeriggio, è smentito dallo studio irlandese del 2014, che ha misurato quanto pesa un cambiamento di ambiente.
Le piattaforme servono a trovare i nomi e a vedere le passeggiate, non a garantire la compatibilità. Il vicino di una volta aveva il vantaggio più grande di tutti, cioè la conoscenza. I passi da fare sono sette e finiscono con due prove. Un dog sitter si sceglie con le domande scomode, non con la simpatia.




