Nel 1998 un gruppo di ricercatori dell'Università di Budapest, guidato da József Topál, applicò ai cani un test creato per studiare il legame fra i bambini piccoli e la madre. I cani reagirono come reagiscono i bambini: esploravano di più quando il proprietario era presente e si fermavano quando usciva dalla stanza. Fu la prima prova sperimentale che il legame con l'uomo funziona come un attaccamento. L'ansia da separazione nasce da lì, cioè da un legame che si è formato bene e che si spezza ogni mattina.

A settembre il problema esplode, perché dopo settimane di casa piena si torna al lavoro tutti insieme. E tornano tre idee che vale la pena verificare. La prima dice che il cane lo fa per dispetto, per punirti di essere uscito. La seconda dice che basta stancarlo la mattina e dorme tutto il giorno. La terza dice che un secondo cane risolve, perché si fanno compagnia. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.

Che cos'è l'ansia da separazione e come si riconosce

Non è noia e non è maleducazione. È una reazione che parte nel momento esatto in cui resti solo, e nei primi minuti è al massimo. Il cane abbaia, piange, gratta la porta da cui sei uscito, cammina avanti e indietro, a volte sporca in casa pur essendo pulito da anni.

La differenza con la noia sta nei tempi e nel bersaglio. Un cane annoiato comincia a fare danni dopo un'ora o due e sceglie oggetti a caso. Un cane con ansia da separazione parte subito e si concentra sulle uscite: la porta d'ingresso, il davanzale, il corridoio.

Ecco come la cosa viene capita male. Primo caso: si torna a casa, si trova il danno e si sgrida il cane. Il cane collega la sgridata al tuo ritorno, non a quello che ha fatto due ore prima. Il risultato è che comincia ad avere paura anche del rientro, e quello che chiami senso di colpa è un segnale di sottomissione.

Secondo caso: si allungano i saluti prima di uscire, con carezze e frasi di rassicurazione. Il momento della partenza diventa così un evento carico, e il crollo che segue è più forte.

Terzo caso: si lascia la televisione accesa e si pensa di aver risolto. Aiuta solo i cani che soffrono il silenzio, e sono pochi.

Nel frattempo i danni si accumulano. I vicini si lamentano per l'abbaio, le porte si rovinano, e alcuni cani si feriscono le zampe grattando.

C'è poi un segnale che quasi nessuno considera. Un cane con ansia da separazione spesso non mangia mentre è solo, e trova la ciotola piena al rientro. È una delle prove più chiare e si controlla senza telecamere.

Le applicazioni che guardano il cane mentre non ci sei

Ci sono telecamere collegate al telefono che avvisano quando il cane abbaia, altre che permettono di parlargli a distanza, altre ancora che lanciano un biscotto premendo un pulsante. Alcune applicazioni registrano i minuti di attività e restituiscono un grafico della giornata.

Una cosa la fanno molto bene: mostrano quello che succede davvero. Quasi nessuno sa come si comporta il proprio cane da solo, e vedere che l'agitazione dura dieci minuti e poi finisce cambia tutto il quadro. È l'unico modo per distinguere l'ansia da separazione dalla noia senza andare a tentativi.

L'ansia da separazione si riconosce proprio da quei primi minuti, e una registrazione di mezz'ora vale più di un'ora di racconti.

Dove sbagliano è nell'uso che se ne fa. Parlare al cane attraverso l'altoparlante è quasi sempre una cattiva idea: sente la tua voce, non ti trova, e si agita di più. Il biscotto lanciato a distanza premia il momento sbagliato, perché arriva mentre il cane è in agitazione.

C'è poi il limite di fondo. Una telecamera misura e non spiega. Sulle cause del problema il discorso è più lungo e va fatto prima di intervenire.

Quello che si faceva un tempo e quello che dice la ricerca

Nelle campagne italiane il cane stava in cortile e non entrava in casa. Restava solo per ore senza problemi, e da qui viene l'idea che il cane si abitui da solo. La tradizione ha una parte di ragione: un cane cresciuto in uno spazio aperto, con rumori e passaggi, ha molte più cose da fare di un cane chiuso in un appartamento.

C'era anche l'abitudine di prendere due cani insieme, uno per tenere compagnia all'altro. Funzionava nei cortili e funziona poco in casa: un cane legato alla persona non si consola con un altro cane, e a volte il secondo impara il comportamento del primo.

Una terza tradizione era uscire senza salutare, in silenzio. Questa regge del tutto, ed è oggi uno dei consigli principali. L'ansia da separazione peggiora con i saluti lunghi, perché caricano di significato il momento della partenza.

La ricerca ha provato a misurare che cosa funziona. Nel 2006 Emily Blackwell, Rachel Casey e John Bradshaw, a Bristol, hanno pubblicato sul Veterinary Record uno studio su un programma di lavoro comportamentale per i cani che stanno male da soli. I cani seguiti con il programma miglioravano più di quelli lasciati alla sola gestione quotidiana, e il risultato arrivava nell'arco di settimane.

Lo studio ungherese del 1998 aveva già spiegato il perché. L'ansia da separazione non è disobbedienza: è la rottura di un legame che il cane vive come i bambini vivono l'assenza della madre. Chi la legge come un dispetto sbaglia il punto di partenza e quindi anche la soluzione.

Che cosa fare contro l'ansia da separazione, un passo alla volta

L'ansia da separazione si affronta con passi piccoli e ripetuti. Ecco l'ordine.

  • Filma il cane per due giorni con il telefono appoggiato su un mobile. Guarda i primi trenta minuti: lì si vede tutto.
  • Smetti di salutare prima di uscire e di festeggiare al rientro. Esci come se andassi in un'altra stanza e rientra ignorandolo per due minuti.
  • Spezza il legame fra i gesti della partenza e l'uscita. Prendi le chiavi e siediti sul divano, mettiti il cappotto e resta in casa. Ripetilo dieci volte al giorno finché smette di alzarsi.
  • Esci per un minuto e rientra. Poi due, poi cinque. Sali solo quando il cane resta tranquillo, e se si agita torna indietro al tempo precedente.
  • Lasciagli qualcosa da masticare o da cercare al momento di uscire. Serve a occupare i primi minuti, che sono i peggiori.
  • Non sgridarlo mai per i danni trovati al rientro. L'ansia da separazione peggiora ogni volta che il ritorno diventa un momento brutto.
  • Sposta la cuccia lontano dalla porta d'ingresso, in un punto della casa dove passi meno.

Le prime due settimane servono a fermare il peggioramento. Un miglioramento vero si vede fra il secondo e il terzo mese. Se il cane si ferisce, se non mangia mai da solo o se il quadro non cambia, la cosa va portata da un veterinario esperto in comportamento.

Lo stesso metodo vale in altre situazioni

Quello che si è detto qui funziona anche con i cuccioli appena arrivati, dove le uscite di un minuto sono il modo giusto per cominciare fin dal primo giorno.

Vale anche per i cani adottati da adulti, che spesso hanno già vissuto un abbandono. In quel caso l'ansia da separazione parte da una storia precisa e il lavoro richiede più tempo.

E vale per i cambiamenti di casa, dopo un trasloco o dopo che un familiare se ne va. Il meccanismo è lo stesso e lo sono anche i passi.

Si è partiti dal 1998 e dal test di Budapest, che mostrò come il legame del cane con l'uomo somigli a quello dei bambini con la madre. Poi sono stati messi sul tavolo tre luoghi comuni. Il primo, che il cane lo faccia per dispetto, non regge: il cane non pianifica vendette e quella che sembra colpa è paura del rientro. Il secondo, che basti stancarlo, va ridimensionato: il movimento aiuta e non risolve, perché il problema parte quando esci. Il terzo, che un secondo cane risolva, è falso nella maggior parte dei casi.

Le telecamere servono a capire e non a intervenire a distanza. Il cortile di una volta dava al cane molto da fare, e uscire in silenzio era già la scelta giusta. Lo studio del 2006 mostra che un programma fatto bene funziona in settimane. I passi sono sette e chiedono pazienza. L'ansia da separazione si cura con le uscite di un minuto, non con i rimproveri al rientro.